“LA RESURREZIONE DEGLI ARABI”. IL VERO VOLTO DELLE PRIMAVERE ARABE: evento a Bologna

12 maggio 2014 Commenti disabilitati

“LA RESURREZIONE DEGLI ARABI”. IL VERO VOLTO DELLE PRIMAVERE ARABE

SABATO 17 MAGGIO ORE 17.30 a Bologna, in VIA SILVIO PELLICO 4/B

Analisi geopolitica ed approfondimento della situazione attuale mediorientale.

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Interverranno:

  •  Alessandro Iacobellis, esperto in geopolitica ed autore dell’introduzione del libro “La resurrezione degli arabi” di Michel Aflaq – Anteo Edizioni

 

  • Alì Reza Jalali, esperto in relazioni internazionali ed autore del libro “Giustizia e Spiritualità. Il pensiero politico di Mahmoud Ahmadinejad” – Anteo Edizioni

 

  • Manuel Zanarini, gruppo culturale “Virtute e Canoscenza

 

La conferenza si svolgerà presso l’ “Osteria del Borgo”, in via Silvio Pellico 4/B

L’evento è organizzato dal gruppo culturale “Virtute e Canoscenza

Link: http://alirezajalali.altervista.org/blog/la-resurrezione-degli-arabi-il-vero-volto-delle-primavere-arabe-evento-a-bologna/

“MATTEI: PETROLIO E FANGO”, lo spettacolo di Giorgio Felicetti all’Arena del Sole di Bologna il 5-6-7 Dicembre

Arena del Sole

 

 

PETROLIO E FANGO

“Tutto è spaventosamente chiaro”. Pier Paolo Pasolini

Perché uno spettacolo su Enrico Mattei?

Il “grande corruttore incorruttibile”, il “grande capitano d’impresa”, il “grande pericolo per l’Occidente”, il “grande petroliere”, “l’italiano più grande dopo Giulio Cesare”.

C’è sempre il “grande”, vicino ad Enrico Mattei.

Mattei è probabilmente il personaggio del dopoguerra su cui si è scritto di più, una sterminata bibliografia, ancor più che su Aldo Moro.
C’è stato un bellissimo film di Francesco Rosi, una recente fiction RAI, decisamente brutta.

Ogni giorno, sui più svariati argomenti, viene fuori il nome di Enrico Mattei: si parla di geopolitica, della questione araba e del Maghreb in fiamme, è Mattei che prevede la necessaria emancipazione dei paesi africani, e per primo mette l’Italia al centro del Mediterraneo; si parla di crisi energetica, di forniture di gas, di energia alternativa, e lì il gioco è semplice, Mattei è stato l’energia italiana; si parla di scontro tra giustizia e potere: la sua vita e la sua morte sono al centro di questo conflitto; si parla di nuovo giornalismo, di editoria, di nuova architettura, di comunicazione, di arte figurativa, di marketing… e trovi Mattei. Tutto già previsto da quella strana specie di italiano che era Enrico Mattei.

Insomma, anche se spesso circondata da un alone di ostilità e mistero, l’eredità di quest’uomo è immensa.

Enrico Mattei a suo modo, tra luci accecanti ed ombre spaventose, è la figura di un patriota.

E anche lo spettacolo, a suo modo, è uno spettacolo “patriottico”.

Volevo far diventare teatro la vita di un personaggio che si getta nell’impresa grandiosa, fino a morirne.

Ho voluto narrare questa grande storia come un thriller industriale o una spy story, usando però uno stile da “showman“, facendo di questa tragedia moderna, paradigma della vita civile di un paese chiamato Italia.

All’interno dello spettacolo ci sono delle vicende mai raccontate, c’è un’importante intervista inedita ad un personaggio molto vicino a Mattei, e soprattutto, ci sono gli atti e le conclusioni del Tribunale di Pavia, riguardanti l’ultimo processo sul “caso Mattei”, e i legami tra la morte di Mattei e quella di Pier Paolo Pasolini.

Giorgio Felicetti

 

 

CAMILLO OLIVETTI alle radici di un sogno – Mercoledì 18 luglio a Bologna

CAMILLO OLIVETTI alle radici di un sogno – Mercoledì 18 luglio a Bologna.

 

Lo spettacolo si terrà nello spazio antistante il Museo per la Memoria di Ustica, Parco della Zucca, via di Saliceto 3/22, Bologna.

 

INGRESSO GRATUITO.

 

In caso di maltempo lo spettacolo si terrà presso la sala del Centro Montanari

 

http://www.ilgiardinodellamemoria.it/teatri_della_memoria/camillo.html,

 

 

 

Come Associazione Eur-eka abbiamo parlato della storia della Olivetti in una conferenza che abbiamo tenuto lo scorso Novembre; si può consultare la videoregistrazione dell’incontro qui.

Categorie: Bologna, Economia, Sovranità

I professionisti della disinformazione

Il peggiore quotidiano d’Italia si appresta a celebrare la propria misera esistenza ospitando in pompa magna, fra gli altri, il capo dei camerieri dei banchieri (vedi La Repubblica sbarca a Bologna. Tutto esaurito per Mario Monti).

Ancora una volta Bologna è scelta quale sede per la diffusione del pensiero unico politicamente corretto, di ispirazione liberal-progressista.

A chi non si rassegna a questo stato di cose, è dedicato il seguente articolo che riporta uno dei tanti episodi di disinformazione attuati dalla testata giornalistica controllata da Carlo De Benedetti, e forse nemmeno uno dei più deplorevoli…

Il giornale nel mondo che ha scritto più balle su Fukushima? «La Repubblica»

Febbraio 21, 2012,  Leone Grotti

Non tutto quello che i grandi giornali mondiali ci hanno raccontato su Fukushima e il pericolo nucleare in Giappone pare essere vero. Jpquake.info ha riunito tutti i peggiori casi di giornalismo. Uno dei creatori del progetto rivela a Tempi.it: «Chi sono stati i peggiori in assoluto nel mondo? Quelli di Repubblica»

Giappone, 11 marzo, il terremoto, poi lo tsunami, l’allarme nucleare, la paura di una nuova Chernobyl, i reattori della centrale Fukushima I Daiichi pronti a esplodere, l’area di evacuazione, la nube tossica che arriva fino a Tokyo, i giornali di tutto il mondo che riportano la città che si svuota, la gente nel panico, le strade deserte, il caos. Ecco, è proprio sui reportage dei giornali che vale la pena soffermarsi perché, a quanto racconta “jpquake.info“, di castronerie ne sono state scritte a palate.

«Il progetto “jpquake.info” è nato in modo molto naturale. Dopo l’11 marzo sono circolate così tante storie contraddittorie e false, rispetto a quello che avveniva in Giappone, che alcune persone hanno deciso di raccoglierle. Io mi sono ritrovato impegnato a convincere amici e familiari che stavo bene, che in Giappone ero al sicuro. Così ho deciso di dare il mio contributo». Parla così a Tempi.it  Avery Morrow, insegnante americano di inglese che vive nel sud del Giappone, riguardo alla nascita del sito “jpquake.info”, che riunisce tutti i peggiori esempi di giornalismo per quanto riguarda il racconto dell’emergenza nucleare vissuta dal Giappone. Falsità, esagerazioni, invenzioni, manipolazioni: tutto pur di ingigantire e fomentare il terrore e il panico per un nuovo disastro atomico. E il premio come peggior giornale, indovinate chi l’ha vinto? La Repubblica.

Quali sono i principali errori che i giornali di tutto il mondo hanno fatto nel parlare di Fukushima?

Soprattutto nelle prime settimane, quotidiani americani ed europei hanno realizzato servizi intervistando qualunque straniero vivesse in Giappone, a caso, senza indagare chi fosse, l’importante era potersi mettere in contatto con qualcuno. Queste persone, quasi universalmente, hanno dato pessime informazioni. Qualunque standard di giornalismo si è dissolto.

Tra i giornali criticati ci sono anche due quotidiani italiani: il Corriere della Sera e la Repubblica. Che errori hanno fatto parlando di Fukushima?

Il peggior articolo scritto dal Corriere della Sera è un’intervista del 15 marzo a un ragazzo che consegna a domicilio le pizze e che ha fatto dichiarazioni ridicole su Tokyo, facilmente individuabili come balle. Ha detto: «La città è vuota, per le strade non c’è più nessuno: sono tutti chiusi nelle case. I negozi sono serrati e gli alimentari non hanno più nulla da vendere, in alcune zone della città non c’è l’acqua e l’elettricità funziona solo ogni tanto. Sembra di essere in una città fantasma». Il giornale non ha fatto niente per verificare se quello che il ragazzo diceva fosse vero o falso. Non hanno neanche mai pubblicato una rettifica. Hanno scritto anche molti articoli senza riferirsi a fatti accaduti in Giappone, che diffondevano solo la paura di un disastro nucleare. Ad ogni modo, se paragonati alla Repubblica, hanno solo avuto qualche svista.

Perché, che cosa ha scritto di male la Repubblica?

Ha messo su una parodia. Molte delle storie che hanno riportato non hanno nessun tipo di fonte. In particolare, un articolo diceva che milioni di persone stavano scappando da Tokyo e che l’intera città era nel caos. Nessuna fonte viene citata, è una specie di inganno, una storia sensazionale che però non ha riscontro in Giappone. Sembra pubblicata solo per vendere in edicola e non per informare le persone. Ma c’è di più.

Cosa?

La Repubblica ha usato anche una fonte palesemente falsa, un lavoratore “Fukushima 50″ a cui è stato dato il nome del sindaco di Rikuzentakata; questo falso lavoratore in un italiano perfetto ha spiegato al giornale che la centrale avrebbe «distrutto il Giappone». Che questa persona non esista, lo si poteva capire dal fatto che nessun lavoratore di Fukushima ha concesso interviste. Bastava cercare su Google ma nessuno l’ha fatto al giornale, forse perché si sono inventati tutto di proposito.

Nel sito sono citati anche importanti giornali internazionali come Bbc, Al Jazeera, Der Spiegel. Che cos’hanno scritto che non andava?

Der Spiegel ha realizzato un’intervista con una sola persona che sosteneva che Tokyo fosse una «città fantamsa», che i palazzi fossero deserti e i negozi chiusi. Pochi giorni dopo un’altra persona ha dichiarato che Tokyo avrebbe dovuto smettere di preparare il suo «amato Sushi», mentre i lavoratori di Fukushima Daiichi erano descritti come «piloti kamikaze». Il rapporto sembrava ignorare il fatto che la “città fantasma” si fosse misteriosamente ripopolata. Al Jazeera, invece, ha fatto un’intervista a un dimostrante contrario al nucleare, senza nessuna base scientifica, usando le sue parole per affermare che gli “scienziati” non credevano che ci fossero radiazioni sicure per l’uomo.

Qual è il peggior esempio di giornalismo in assoluto riguardo a Fukushima?

L’articolo pubblicato il 20 marzo da Repubblica: è la peggior storia scritta sul terremoto in tutto il mondo. Tokyo era dipinta come “una capitale in agonia”, da cui quattro milioni erano scappati per sfuggire alla “nube atomica”. E mentre scriveva che le tracce di iodio radioattivo nell’acqua erano al di sotto dei limiti legali e quindi innocue, aggiungeva un misterioso e pericoloso “ufficialmente”. Parlava poi delle mascherine indossate dalla gente, come se a Tokyo non lo si facesse tutti i giorni, come prova della paura delle radiazioni, quando tutti sanno che a Tokyo tutti le vestono tutti i giorni. Hanno scritto che la rabbia contro il governo stava crescendo e come fonte citavano ben una persona che si lamentava. Ma c’è molto di più, leggetelo sul sito: l’intero articolo era in buona sostanza un pezzo di finzione apocalittica.

E chi ci dice che non siate voi a riportare false controstorie?

Conosco molte persone a Tokyo, tutti hanno sempre parlato di inconvenienti legati al blocco della metropolitana, nei primi tempi dopo il terremoto. Nessuno però ha riportato una fuga della gente dalla città. A meno che non si ragioni come il Der Spiegel, che ha raccontato il fatto che un sacco di gente ha comprato biciclette, e io aggiungo che il motivo era la rottura della metropolitana, e poi ha concluso che volevano scappare così da Tokyo. Chissà che viaggio difficile!

I gay pride mettono una tristezza infinita

Intervista a Paolo Pioli, dicembre 2006, Corriere della Sera
 

 
«Il bello degli amori omosessuali è la loro libertà e la loro riprovazione. Il matrimonio tra gay non mi interessa, come non mi interessa quello tra uomo e donna. Io voglio seguire l’istinto e la perversione, non tornare a casa e trovare qualcuno che mi chiede cosa voglio per cena. “Caro, ti faccio la besciamella?”. Fuggirei subito, con un principe o con un marinaio. Chi vuole l’unione civile e l’iscrizione al registro comunale non se ne intende. Io sì». Paolo Poli è in tournée natalizia a casa. La sera recita all’Eliseo sei storie di giornaliste, da Irene Brin a Natalia Aspesi, in un vortice di travestimenti, ora cantante bionda ora cardinale. Di giorno nell’appartamento romano rievoca la propria storia, e commenta il dibattito politico sui Pacs alla maniera di chi da 77 anni esercita l’ironia innanzitutto su se stesso e quelli come lui. «La storia non fa salti. Zapatero introduce in Spagna il matrimonio omosessuale? Ne sono felice. Ma qui in Italia l’unico sovrano è il Papa. E il Papa fa il suo mestiere. Non possiamo pretendere che ci benedica e ci inviti a inchiappettarci l’un l’altro. Io poi ho passato la vita a prendere in giro i preti e a travestirmi da suora, nel ’67 a Milano arrivò la polizia a interrompere il mio “Santa Rita da Cascia”, una monaca, suor Beniamina, l’ho pure fatta morire (mi rimproverò per essere entrato nel giardino delle rose, io chiusi gli occhi e incrociai le dita: spirò dopo una settimana); però sono di formazione gesuitica, ho conosciuto don Milani, riconosco che i sacerdoti sono portatori di una cultura millenaria, sanno coltivare il potere e le idee. Non a caso i nostri illuministi erano aristocratici o uomini di Chiesa, da Parini in giù». «Intendiamoci: noi ragazze non capiamo nulla di politica. Però non capisco neppure gli omosessuali che chiedono un riconoscimento ufficiale. Mi pare un atteggiamento conservatore. I Gay Pride mi mettono una tristezza infinita, come il Carnevale di Viareggio. Meglio affidarsi all’istinto, come mi hanno insegnato Balzac e Tolstoj e come mi ha ripetuto Freud: il sesso non è tra le gambe, ma nel cervello, il giudizio morale non esiste, siamo tutti buoni e cattivi, casti e perversi. Questo bisogno di tenersi per mano come finocchie contente è roba da psicanalisti. Un marito non l’ho mai voluto. Al sesso sopravvive la stima, della passione resta l’amicizia. La quotidianità è noia; io volevo un vestito e una cravatta come non li aveva nessuno, il mio primo impermeabile era rosa, il primo cappello verde tirolese. C’è stato un uomo importante nella mia vita, che si è svenato per me. Ma ho sempre difeso la mia solitudine.
 
A volte mi sveglio, avverto un richiamo antico, tasto il letto, sento che non c’è nessuno e penso: che sollievo. Avere al fianco uno che russa non significa non essere soli». «Negli Anni Trenta l’educazione sessuale avveniva in famiglia. Noi eravamo sei bambini, poveri, figli di un carabiniere e di una maestra montessoriana. Io mettevo il ditino sotto la gonna delle mie sorelle e loro toccavano me; la domenica mattina mi infilavo nel letto di papà. Ho capito fin da piccolo di essere gay. Mi garbava il fornaio. Poi sono andato al cinema, a vedere King Kong, quello vero, e scoprii che mi garbava pure il gorilla. Invidiavo le mie sorelle che avevano le bambole, io con i fucili non sapevo giocare: mi sparai in un occhio, per un anno portai una benda da pirata. Le istituzioni ecclesiastiche non riuscirono a recuperarmi, anzi. Sollevavo le gonne delle suore e quel che vedevo mi confortava nella mia omosessualità. Ammiravo i bambini ebrei che uscivano di classe durante le lezioni di religione, fin da allora sono un filosemita convinto. Da mia madre ho imparato che il legame matrimoniale non conta, che la vera moglie non è la donna che si è sposata, ma quella che si ama, che ti accompagna, che si sacrifica per te. Mamma difendeva Anita Garibaldi, non tollerava sentirla definire “l’amica” dell’eroe; era Anita la vera moglie, Menotti il vero figlio, non la contadina rimasta in Sardegna. Anni dopo, sarà la Petacci la vera moglie di Mussolini. E se questo vale per uomini e donne, a maggior ragione vale per noi». «Qualche donna l’ho amata anch’io, da ragazzo, al tempo in cui vien duro facilmente. A sette anni vidi Clara Calamai e ne rimasi incantato. Ricordo Anna Magnani dietro le quinte di “Bellissima” farsi mettere le lacrime finte dai truccatori: “Non devo piagne’ io, devo fa’ piagnere gli altri”. Aveva ragione, così come aveva ragione Diderot e torto Rousseau: la finzione conta più della sincerità. Sono stato amico di Laura Betti, ai tempi della “Dolce vita” campammo una settimana a whisky e noccioline. Con la Mondaini ho fatto una Canzonissima nel 1961, travestiti da bambini. Adoravo Greta Garbo.
 
Non ho amato la Callas: temeva il pubblico al punto che al bagno evitava il vaso dei comuni mortali e faceva pipì nei lavandini, all’amazzone. Amo mia sorella Lucia: il suo uomo sta al pianterreno, lei al primo, il figlio al quarto. L’unica famiglia felice è quella ben distanziata». «Un figlio però l’avrei voluto. Mi diedero in affido due fratellini, figli di una prostituta. Avevo un cane, il pallone, il giardino, ma loro non sapevano che farsene, volevano tornare dai preti per giocare a calciobalilla. Ho provato con l’adozione. Sono stato esaminato da una giudichessa che però mi individuò subito come pessimo soggetto. “I figli hanno bisogno di una figura femminile”. Io misi avanti mia madre e le mie sorelle, invano. Alle spalle della giudichessa c’era un calendario con l’immagine della Natività. Sorrisi: “La madre è rimasta incinta da vergine, il padre è putativo, famiglia più disastrata di quella non c’è”. La giudichessa mi cacciò in malo modo: “Lei non è atto all’infanzia”. Invece l’uomo, come il cavalluccio marino, è più portato della donna alla cura dei figli». «Verso la metà degli Anni Sessanta a Roma scioglievano l’opera maternità e infanzia. Ci sono andato, insieme con una dama benefica che aveva portato le caramelle. C’erano stanze piene di bambini che a quattro anni camminavano a stento e dicevano solo “cacca” e “cioccolato”. Una suora di quelle pietose mi disse: “Ne prenda due e scappi”. Io sognavo una bambina bionda e buona e una bruna e cattiva, come nelle fiabe, ma non feci in tempo a scegliere, in due mi saltarono al collo e mi chiamarono “mamma”. “Ottimo inizio” pensai, e feci per guadagnare l’uscita. Mi fermò un infermiere, un sindacalista, che me le fece posare: meglio figlie dello Stato che di una ragazza irrecuperabile come me».
 

Categorie: Bologna

Resoconto e video dell’incontro con Alain De Benoist

In una Sala Biasin strapiena, con oltre 100 persone presenti, il filosofo e saggista francese Alain De Benoist ha presentato in Italia il suo ultimo libro: Sull’orlo del baratro, dedicato alla grande crisi economico-finanziaria oggi più virulenta che mai.

Dopo la facile ed amara previsione enunciata nel dicembre 2009 durante il seminario di “Eurasia” tenutosi a Modena in occasione del ventennale della caduta del Muro di Berlino, per cui la crisi del capitalismo era di natura strutturale e non congiunturale, si è tentato nell’incontro sassolese di definire alcuni concetti attorno ai quali tentare di ripartire.

Sono sei, in particolare, i punti cardine che emergono nell’ultimo libro di De Benoist: 1) Le definizioni di “limite” (collegato a quello della finitezza delle risorse disponibili) e di “bene comune” (equa distribuzione delle ricchezze) per affrontare la crisi; 2) Il mondo multipolare, attraverso la creazione di grandi aree sovranazionali legate da vincoli federali; 3) Il completo dominio dei mercati finanziari sull’economia e sulla politica impone il ritorno della sovranità degli Stati (aggregati in grandi spazi geopolitici;) 4) La sostituzione del dollaro come moneta di riferimento internazionale proposta dalla Cina, che insieme agli altri paesi del BRICS vuole creare una nuova banca mondiale per guidare lo sviluppo; la trasformazione dell’euro in moneta di riserva europea; 5) I costi sociali dell’immigrazione e la sua funzionalità al capitalismo, per cui non si possono combattere i guasti dell’una senza affrontare la questione economica; 6) La riforma dello Stato sociale attraverso la creazione di un reddito di cittadinanza.

Ma il pezzo forte del libro di Alain De Benoist, come ricordato dal dr. Michele Franceschelli di “Eureka” nell’introduzione, lo troviamo nella postfazione, dove viene designato il “nemico principale”: a) Il mercato sul piano economico; b) Il liberalismo sul piano politico; c) L’individualismo sul piano filosofico; d) La borghesia sul piano sociale; e) Gli Stati Uniti sul piano geopolitico.

Nella sua lunga relazione il filosofo francese ha rimarcato come la crisi provenga proprio dagli Stati Uniti (il cui debito è il 240% del PIL) e sia stata all’inizio decisamente sottovalutata.

Le cause profonde dell’indebitamento, funzionale solo alla speculazione, vanno ricercate nell’azione sconsiderata delle banche private che hanno poi costretto i poteri pubblici a soccorrerle (800 miliardi di dollari spesi solo negli USA).

La deregolamentazione dei mercati finanziari (che hanno un assoluto controllo sulla politica) è stata provocata dall’abolizione delle tariffe doganali e delle barriere comunitarie.

La conseguenza è stata la moltiplicazione delle delocalizzazioni, la fuga di capitali, l’aumento della disoccupazione e della sperequazione sociale.

In tutti i Paesi europei, per affrontare la crisi, si sta seguendo lo stesso schema: piani di austerità, aumento delle imposte, tagli allo Stato sociale per salvare la finanza mondiale dal suo crollo; due sono allora le vie d’uscita da questa situazione insostenibile sul lungo periodo: una rivolta generalizzata o l’inesigibilità del debito.

In Grecia, dove il debito è il 160% del PIL, in cambio degli aiuti sono state richieste nuove privatizzazioni e un’ulteriore compressione dei salari, al punto che il potere d’acquisto dei lavoratori è calato del 40%.

In realtà non si fa che rinviare le scadenze del fallimento, perché non si vogliono eliminare le cause strutturali che hanno determinato la crisi: alla Grecia non resta che l’uscita dall’euro o un impoverimento generalizzato della propria popolazione.

L’attuale crisi geopolitica globale, invece, dopo le recenti tensioni in Libia, in Siria ed in Iran, rischia di condurre ad una nuova guerra mondiale, data l’indisponibilità degli Stati Uniti a rinunciare alla propria leadership mondiale, così come richiesto dalle nuove potenze emergenti Cina, Russia, Brasile, India e Sudafrica, che si battono per il multipolarismo.

*Di Stefano Vernole, redattore di “Eurasia” – Rivista di Studi Geopolitici

PRIMA PARTE

 

SECONDA PARTE

SULL’ORLO DEL BARATRO. Il fallimento annunciato del sistema denaro

L’Associazione Eur-eka propone la sua seconda iniziativa del 2012 presentando, in anteprima nazionale, l’ultimo libro di Alain De Benoist: Sull’orlo del baratro. Il Fallimento annunciato del sistema del denaro”.  L’incontro, che prevede la partecipazione dello scrittore francese, è realizzato in collaborazione con l’associazione bolognese “Faremondo” e con la modenese “Terra e Identità”.

 
 

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SULL’ORLO DEL BARATRO.

Il fallimento annunciato del sistema denaro

 

Sabato 21 Aprile, a Sassuolo (Modena), incontro-dibattito con

Alain De Benoist

saggista e filosofo francese, autore dell’omonimo libro pubblicato in Italia da Arianna editrice.

Introduzione e moderazione di Stefano Vernole, redattore di Eurasia. Rivista di studi geopolitici

 

Mentre il sistema finanziario internazionale è scosso dalle basi, la crisi dell’euro sta spaventando il mondo intero e mette in ginocchio le economie reali di vaste zone dell’Europa.

Il debito continua ad aumentare, come pure i deficit che hanno raggiunto un valore molto alto. Le contraddittorie stime degli esperti si sommano all’impotenza dei politici. Nessuno ha ricette pronte e tutti navigano a vista.

Siamo forse giunti alla fine del sistema del denaro?

L’usura sta minacciando fortemente la nostra realtà quotidiana. Sotto accusa sono i metodi con cui i mercati finanziari e le banche operano: acquistano grandi quantità di azioni e obbligazioni degli Stati indebitati, si impadroniscono dei loro averi a titolo di interessi su un debito consistente in una montagna di denaro virtuale che non potrà mai essere rimborsato.

Ma l’indebitamento è come la crescita materiale: né l’uno né l’altra possono prolungarsi all’infinito, il rischio concreto e attuale è che il sistema del denaro perisca attraverso il denaro medesimo.

Non è certamente limitandosi a “indignarsi” che cambieranno le cose. Lo sdegno che non sfocia nell’azione è una comoda maniera di sentirsi a posto con la coscienza.

Solo l’intervento risoluto dei ceti popolari può dare al risentimento suscitato dalle pratiche della Forma-Capitale, o semplicemente al malcontento antibancario, una base sociale concreta in grado di invertire la rotta verso un modello comunitario di economia.

A partire dalle ore 16.30, presso la sala conferenze “Gian Paolo Biasin”, in via Rocca 22.

L’iniziativa, promossa dalle associazioni Eur-eka e Faremondo (Bologna) e Terra e Identità (Modena),  gode del patrocinio del Comune di Sassuolo.

L’ingresso è libero e gratuito.

Per informazioni e contatti: sassuolodebenoist@yahoo.it


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Al seguente link riportiamo alcune indicazioni per raggiungere la sala

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