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Incontro con Antonio Mazzeo

Sicuramente pochi ricordano che l’idea-sogno del Ponte sullo stretto di Messina prese forma alla fine degli anni Novanta con i governi di centro-sinistra Prodi, D’Alema e Amato. Su richiesta del CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica), il 19 febbraio 1999 il presidente del Consiglio Massimo D’Alema firmava una delibera con cui si procedeva alla nomina di due cosiddetti advisor internazionali (associazioni di imprese fra cui il Parsons Transportation Group di cui diremo più avanti) per la valutazione degli aspetti finanziari ed ingegneristici dell’opera. Il costo dei due approfondimenti veniva a pesare sui conti pubblici per circa 7 miliardi delle vecchie lire, ma gli advisor certificarono la “fattibilità” del Ponte. Da allora ben poco è stato fatto dai decisori, politica e mondo industriale-finanziario, per condividere le ragioni di questa ed altri grandi opere progettate o già cantierizzate, piuttosto calate sulla testa delle comunità locali interessate e di una opinione pubblica mediamente molto distratta e pronta a recepire quasi soltanto facili input di carattere “ideologico”, come nel caso della questione energia nucleare.

Antonio Mazzeo, militante ecopacifista ed antimilitarista, durante gli ultimi anni ha scritto numerose inchieste sull’interesse suscitato dal Ponte sullo stretto di Messina in Cosa Nostra, ricostruendo pure i gravi conflitti d’interesse che hanno caratterizzato l’intero iter progettuale. Il suo ultimo libro, intitolato “I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina”, sulla base di una documentazione che privilegia le fonti giudiziarie anche se non definitive, fornisce una sistematizzazione di innumerevoli denunce e indagini sugli interessi affaristici e criminali che ruotano attorno alla costruzione del Ponte. L’avvio dei lavori per il quale è segnato da una beffa per i neolaureati dell’area dello Stretto, che non si erano mai illusi che con il Ponte avrebbero trovato stabile occupazione, ma certo non potevano immaginare che sarebbero stati scippati dell’unica infrastruttura creata in ambito locale a sostegno di attività imprenditoriali giovanili innovative. Un’intera palazzina posta nel Polo scientifico di Papardo dell’Università di Messina, nel cuore dell’Ateneo, realizzata con i fondi della legge 208 del 1998 riservati «agli interventi di promozione, occupazione e impresa nelle aree depresse», destinata a fare da “Incubatore” di 46 aziende di giovani imprenditori e ricercatori universitari, sarà convertita nei “Nuovi Uffici Direzionali del Ponte”. Vi s’insedieranno la società concessionaria Eurolink, consorzio general contractor per la progettazione ed i lavori, ed il gruppo statunitense Parsons Transportation di cui sopra, impegnato nel “project management” dell’opera. A rendere più amaro il sapore della beffa, l’evidenza che nessuna delle società di costruzioni che compongono l’ATI per i lavori del Ponte ha sedi o filiali nell’area dello Stretto (alcune sono, anzi, straniere) e che sono tutte di antica formazione e nella titolarità di corporation e gruppi azionari di rilevanza nazionale (famiglie Benetton, Gavio e Ligresti per Impregilo, società capofila Eurolink). Ancora più insostenibile, la concessione dei locali universitari al Parsons Transportation Group, colosso statunitense del settore ingegneristico, con sede in California e filiali in oltre 80 Paesi del mondo, una delle società chiave del complesso bellico-industriale statunitense. In Iraq sono stati affidati a Parsons contratti per svariati milioni di dollari per la ricostruzione di decine d’infrastrutture civili e militari, fra cui, per conto dell’US Air Force, la riabilitazione delle infrastrutture della base di Taji, una delle più importanti aree operative delle forze armate della coalizione alleata.

Verrebbe quasi da pensare, come sussura qualcuno, che il Ponte sullo stretto possa essere funzionale più alle esigenze delle numerose infrastrutture militari USA/NATO presenti in Sicilia, prima fra tutte la base aeronavale di Sigonella, tristemente tornata alla ribalta delle cronache per il recente grave caso di incidente sul lavoro occorso a Salvatore Maita, che ai reali bisogni della comunità locale e nazionale tutta, quali espressi nel proprio legittimo diritto di sovranità.

Sia chiaro comunque che non si tratta di sposare una visione secondo la quale qualsiasi opera, grande o piccola e privata o pubblica che sia, vada esorcizzata. Fra le altre cose, vorremmo invece contribuire ad una definizione dell’ecologia come possibilità praticabile e concreta, che contempla l’intervento meditato dell’uomo nell’ambiente in cui vive. A fronte di investimenti in opere pubbliche in forte caduta, circa il 20% nel quadriennio 2008-2011 secondo il Rapporto 2011 dell’istituto di ricerche Cresme. Con conseguenze in termini occupazionali facili da immaginare, tali da pensare ad una politica keynesiana alla rovescia realizzata in un periodo di profonda crisi economica.

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  1. federico
    23 novembre 2010 alle 14:38

    “verifica indipendente in America”

    http://www.misteriditalia.it/ultimora/?p=811

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