Archivio

Archive for aprile 2011

21 aprile: Bologna Liberata Bologna Occupata

Lo scorso 21 aprile a Bologna, si festeggiava il 66esimo anniversario della liberazione di Bologna dall’occupazione nazifascista. Due in particolare sono stati gli eventi cittadini per la celebrazione.

Il primo, quello ufficiale, si è svolto in Piazza del Nettuno alle 10 del mattino con la presenza di numerosi bersaglieri e reduci partigiani, oltre che del subcommissario Michele Formiglio e di Lino William Michelini dell’Anpi. Tra i candidati politici alle prossime elezioni comunali, presenti i soli Maurizio Cevenini e il candidato sindaco della Lega Nord Manes Bernardini.

La seconda cerimonia, di carattere ufficioso, è stata realizzata in Piazza Ravegnana sotto le Due Torri, per commemorare la collaborazione fra partigiani e forze alleate nella lotta ai nazifascisti, con il libro “Il Bracciale di Sterline”. Presenti sia gli autori del libro, Matteo Incerti e Valentina Ruozi, sia uno dei protagonisti di quella guerra, il soldato ispano-americano Roque Rioja detto Private Rocky.

Le riflessioni che qui ci preme fare sono volte a considerare come le due organizzazioni hanno voluto confezionare i rispettivi eventi. Se infatti gli organizzatori della cerimonia ufficiale hanno scelto per questioni di etichetta istituzionale di issare la bandiera italiana, quella europea e quelle delle rispettive brigate partigiane, gli autori del libro hanno preferito festeggiare la Liberazione di Bologna per merito di eroi provenienti “dalla Scozia all’Italia, dall’Australia agli Stati Uniti”, con la sola presenza di numerose jeep statunitensi, militari statunitensi e tante appariscenti bandiere statunitensi (più una defilata e poco visibile bandiera inglese). Di bandiere italiane nemmeno l’ombra. Né tanto meno si è registrata la presenza di reduci partigiani della Resistenza o rappresentanti dell’Anpi.

Leggiamo sul Fatto Quotidiano che la scenografia è stata curata da un “gruppo di appassionati bolognesi di rievocazioni storiche”, che “arriverà in centro con sei jeep americane d’epoca ed in divisa rigorosamente originale dell’esercito a stelle e strisce”.

Fa specie notare che quando i cittadini si auto-organizzano per celebrare la liberazione della propria città e della propria patria, si liberano molto agevolmente delle etichette istituzionali e fanno volentieri a meno di insegne cittadine, bandiere italiane e rappresentanti dell’Anpi. A meno che l’iniziativa non avesse un carattere puramente promozionale – proprio di 21 aprile.

Eppure fra gli obiettivi dichiarati dai due autori del libro, c’è proprio quello di festeggiare gli eroi che lottarono per la libertà. Lo ripete anche Private Rocky, che in un commento rivela il suo realismo a corrente alternata: “Noi combattevamo per la libertà, oggi ha ragione chi dice che si combatte soprattutto per il petrolio, purtroppo.”

Capiamo le ragioni sentimentali di chi in quella guerra era in prima linea, ma è da ingenui credere che la partecipazione statunitense alla seconda guerra mondiale fu combattuta in nome di una non meglio definita libertà. Fra le costanti della storia infatti, c’è quella che le guerre si combattono in territorio straniero per difendere alleanze che rispondono più ad interessi geopolitici, che ad astratti ideali o a ragioni umanitarie.

Le basi militari USA/NATO sono a lì a dimostrarlo. Più di 100 solo in Italia, nella nostra Italia liberata dai nazifascisti, e subito ri-occupata dagli statunitensi. Quasi 1000 in tutto il mondo.

Tutti liberi dunque: gli autori del libro di festeggiare la liberazione di Bologna insieme con i nostri nuovi occupanti statunitensi. E gli americani di costruire basi militari in tutto il globo terracqueo.

Diciamolo in inglese che fa pendant con la scenografia star&stripes di Piazza Ravegnana: long live freedom!

Annunci

Standing Army

L’elezione di Barack Obama è stata accolta in tutto il mondo come l’inizio di una stagione politica radicalmente diversa da quella di Bush. Una stagione orientata alla pace ed al dialogo. E gli appassionati discorsi del neopresidente americano sembravano giustificare questa speranza. Ma nell’ambito della politica estera, l’amministrazione Obama differisce ben poco da quelle precedenti.

Al di là dei titoli della stampa internazionale – e del Nobel per la pace assegnato a mandato appena intrapreso – si scopre una realtà molto lontana da quella ufficiale, con bilanci militari che superano persino gli ultimi stanziamenti dell’era Bush.

Dove vanno a finire tutti questi soldi?

In gran parte servono a finanziare l’immensa rete di basi militari statunitensi all’estero: a più di vent’anni dalla caduta del muro di Berlino, ne restano circa un migliaio (la contabilità in merito è molto controversa) ed il loro numero continua a crescere, sparse in oltre quaranta Paesi nel mondo.

Come si spiega, quindi, questa aggressiva politica espansionistica alla luce della crisi economica e della retorica pacifista di Obama? Chi tira le fila della politica estera USA?

Su questi temi riflettono gli autori del documentario e del volume di approfondimento “Standing Army”. Un’inchiesta che unisce alle parole di esperti – quali Noam Chomsky, Gore Vidal, Chalmers Johnson, Edward Luttwak – le testimonianze di chi è toccato in prima persona dalla presenza delle basi: gli abitanti di Vicenza, che si oppongono ad una nuova struttura militare a pochi passi dal centro cittadino; la popolazione dell’isola giapponese di Okinawa, che condivide il suo piccolo lembo di terra con 25.000 soldati statunitensi; gli indigeni dell’isola di Diego Garcia (Oceano Indiano), cacciati per far spazio ad una gigantesca base aeronavale; e lo stesso personale militare americano, impegnato in teatri di guerra in Asia (Iraq ed Afghanistan) ed Africa (Libia) con retroterra logistici operativi anche in Italia.

Un incontro all’insegna del realismo

Lo scorso Febbraio abbiamo organizzato il dibattito dal titolo “La sfida totale del XXI secolo. Geopolitica per capire il grande gioco delle potenze mondiali”, con Daniele Scalea e Giorgio Gattei come relatori.  Su You Tube potete trovare la registrazione completa di quella serata.

L’intervento di Scalea è stato ricco di informazioni sulla teoria geopolitica inglese e statunitense e sullo scenario delle relazioni internazionali odierne. Un intervento che aiuta a  prendere dimestichezza con l’approccio geopolitico anglosassone, che sembra avere  ancora il suo peso nel determinare le direttrici strategiche che stanno alla base della politica estera imperiale della potenza americana,  erede di quella  dell’impero inglese e della sua dottrina geopolitica, così come formulata da Halford Mackinder agli inizi del ‘900.  (…)

L’ articolo completo  è qui: Un incontro all’insegna del realismo

Sviluppo e sovranità

Riportiamo qui di seguito uno stralcio dell’articolo “Sviluppo e sovranità”, che potete trovare per intero qui: Sviluppo e sovranita’

“Nei primissimi anni del 1960 dunque, furono sferrati quattro colpi micidiali alle possibilità dell’Italia di intraprendere un percorso di sviluppo tecnico – scientifico ed industriale di primissimo livello; una “mazzata” – che ha colpito quelle aziende che avevano raggiunto una grande dimensione, una forte integrazione  e una solidità tale da permetterle di investire nella ricerca e che operavano nei settori di punta e ad alta tecnologia – che ha impedito all’Italia di partecipare a pieno titolo alla sfida della terza rivoluzione industriale. In quei settori, nel nostro paese,  sarebbero rimaste per lo più solo piccole e medie aziende incapaci di portare avanti grandi progetti di ricerca e sviluppo e quindi innocue per i competitori americani. Le uniche grandi aziende, in Italia, continueranno ad essere quelle della passata rivoluzione industriale, guidate dalla FIAT.

Non sorprende quindi che la terza rivoluzione industriale si sia sviluppata e radicata profondamente  solo negli Stati Uniti, mentre in Italia  e in quasi tutti gli altri paesi del campo capitalistico vi abbia avuto una presa solo marginale o comunque a rimorchio degli USA. In particolare la TIC, quella tecnologia dell’informazione e della comunicazione che aveva visto i suoi albori in Italia con la Olivetti negli anni ‘50, diventerà il motore economico trainante negli anni successivi per gli Stati Uniti, con la fondazione delle grandi aziende come Microsoft, Apple, Dell, solo per citarne alcune. In seguito gli USA saranno alla testa della rivoluzione di Internet nata, ovviamente, come rete operante in ambito strettamente militare; quel settore di ricerca “sensibile” in cui vi era il quasi totale monopolio d’azione americano. Così si può dire dello spazio e dei lanci spaziali, dei radar, dei laser, dei satelliti artificiali e degli altri settori della terza  rivoluzione industriale.

Ovviamente il nostro rammarico non è che questi progressi scientifici – tecnici siano alla fine avvenuti, anzi – la scoperta dello spazio e gli shuttle, i computer e i software, i satelliti, Internet, i reattori nucleari di nuova generazione, i telefoni cellulari, la mappatura del DNA, etc. hanno entusiasmato anche noi –  ma il rammarico è che l’Italia vi abbia potuto contribuire marginalmente solo agli albori, e poi, per le ragioni che abbiamo visto, poco o nulla, venendo esclusa dal gioco, potendo continuare a fare le automobili ma per il resto  potendo fare solo da spettatrice. Mentre invece avevamo tutte le carte in regola per dire la nostra; e chissà cosa ne sarebbe saltato fuori, nella terra che aveva  dato i natali a Galileo Galilei e ad Alea 9003.”
La fine di Mattei