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Recensione all’incontro di mercoledì scorso.

Recensione di Andrea Broggi:
“A tutto stavo pensando, meno che a questo, cioè essendo il primo anno in cui mi cimento con gli incontri con gli autori, penso sia naturale che solo ora mi venga in mente quanto il caldo possa essere demotivante per la mia voglia di partecipazione mondana… a questo tipo di (generalmente) pomeridiana mondanità, diciamo meglio.
Comunque questa volta ho avuto fortuna, perché l’evento, organizzato con la collaborazione della Libreria Irnerio e dell’attivissima Associazione Culturale Eur-eka (entrambe di Bologna) ha goduto sensazionalmente di un pomeriggio in stato di grazia, “offerto” dalla corte interna del giardino del CostArena (sul quale per conflitto di interessi, dato che attualmente vi lavoro come addetto ufficio stampa, non mi dilungherò raccontando quanto sia straordinariamente eccellente, anche solo per la prolifica energia con cui viene promosso tutto ciò che è accomunabile sotto il nome di cultura).
Insomma, la presentazione, introdotta dallo scrittore Patrick Fogli, vedeva partecipe il romanziere Francesco Aloe, già autore di Vertigine, con il suo Il vento porta farfalle o neve, edito in questo 2011 da VerdeNero, che come sempre si dimostra attenta a tutto ciò che da noir diventa racconto dell’uomo come mostro sociale.
Un romanzo con due storie parallele, questo è il libro di cui veniamo a conoscenza.
Un’opera che ha per protagonista un uomo, Fratello. Un personaggio, introspettivo, curioso, freddo, che è prima di tutto un killer dell’ndrangheta, la cui ispirazione romanzata è tratta da una persona realmente esistita e vissuta (se non ancora vivente) a Lamezia Terme.
La sua storia è la prima del romanzo. La finzione creativa.
Poi c’è la seconda storia, quella che parrebbe venir fuori dalla fantascienza, e invece come spesso tristemente accade, è frutto della realtà. Nella notte del 10 aprile 1991, il traghetto Moby Prince, appena partito dal porto di Livorno, si scontra contro il lato destro della petroliera Agip Abruzzo. Nell’incidente oltre a svariate tonnellate di petrolio disperso tra aria e mare, muoiono carbonizzate 140 persone tutti i passeggeri del traghetto, meno il mozzo che viene tratto in salvo per tempo.
Tra la fiction e la realtà, L’Aloe, con abile e inquietante grazia trova un taglio che non sia divaricatore, ma, piuttosto, definito. Il punto di contatto tra queste due parti è lo stesso protagonista. Fratello, infatti, si imbatte casualmente nell’accaduto, è all’estero per “lavoro”, ma è talmente impressionato dall’incontro con i fatti della vicenda che comincia a leggere, a indagare, a informarsi. Si imbatte nello stupro della realtà che è stato sistematicamente fatto sull’accaduto. Uno dei nostri famosi misteri italiani. Che tanto se è un mistero è anche perché un po’ ci piace che resti tale, del resto se venisse svelato perderebbe il suo fascino. Come se ne avesse alcuno. A ogni modo il mistero non piace a Fratello. E il lettore, malgrado la sua naturale indolenza, si trova proiettato pagina dopo pagina in fatti, interrogativi irrisolti, storie su storie. Fino alla fine. Quando come dice l’autore: “ho scoperto crescendo che quella nave bruciata in mare aperto, che io ricordavo, si è trasformata in bare”.
Perché sia chiaro che è stato un incidente, è necessario sottolineare la parola.
Quella notte c’era la nebbia. C’era un banco di nebbia proprio lì tra la prua rivolta a sud della nave petroliera ancorata a largo e il punto dello schianto della Moby, il traghetto che proveniva dal porto. Anzi no, che stava tornando in porto, se la prua era rivolta a sud il lato destro dell’Agip doveva affacciarsi sul mare aperto. Ma perché stava tornando in porto? Sciocchezze, il personale di bordo era agli ordini del comandante Ugo Chessa, un uomo di 56 anni con solo un’intera vita passata in mare e stava guardando la partita di Coppa delle Coppe Juventus – Barcellona! Poi mentre morivano, la maggior parte dei membri dell’equipaggio si son trascinati tutti nella plancia di prua per far credere d’aver mantenuto saldo il loro impegno al dovere fino all’ultimo! E comunque a parte l’errore umano, c’era la nebbia e faceva anche caldo a causa del materiale combustibile vomitato dalla fiancata della petroliera e c’era fumo e c’erano in radio le voci in americano (una nave, tale Theresa, che non si sa cosa facesse lì e che fine abbia fatto) e le voci italiane. Il salvataggio era impossibile. Prima dovevamo impedire che l’oro nero si rovesciasse in mare, chi poteva sapere che l’unica nave appena partita dal porto, come un falò nel buio, stava andando completamente avvolta dal combustibile alla deriva con 141 vite umane a bordo?
Ma un falò nel buio non si dovrebbe vedere? Certo, ma c’era la nebbia, seguiva la Moby Prince.
A presto, buona lettura.
Ps. Non ho parlato delle verità nascoste dietro l’incidente. Non ho parlato della giornalista Ilaria Alpi, né della sua morte sospetta a Mogadiscio, mentre indagava su un traffico di armi occidentali scambiate con l’accoglimento di rifiuti tossici illegali. “Non c’è niente di cui vergognarsi se non sai, questa storia non ti è stata raccontata“, terrebbe a precisare con gentilezza l’Aloe, forse però è arrivato per tutti il momento di cercarla”.
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