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I gay pride mettono una tristezza infinita

Intervista a Paolo Pioli, dicembre 2006, Corriere della Sera
 

 
«Il bello degli amori omosessuali è la loro libertà e la loro riprovazione. Il matrimonio tra gay non mi interessa, come non mi interessa quello tra uomo e donna. Io voglio seguire l’istinto e la perversione, non tornare a casa e trovare qualcuno che mi chiede cosa voglio per cena. “Caro, ti faccio la besciamella?”. Fuggirei subito, con un principe o con un marinaio. Chi vuole l’unione civile e l’iscrizione al registro comunale non se ne intende. Io sì». Paolo Poli è in tournée natalizia a casa. La sera recita all’Eliseo sei storie di giornaliste, da Irene Brin a Natalia Aspesi, in un vortice di travestimenti, ora cantante bionda ora cardinale. Di giorno nell’appartamento romano rievoca la propria storia, e commenta il dibattito politico sui Pacs alla maniera di chi da 77 anni esercita l’ironia innanzitutto su se stesso e quelli come lui. «La storia non fa salti. Zapatero introduce in Spagna il matrimonio omosessuale? Ne sono felice. Ma qui in Italia l’unico sovrano è il Papa. E il Papa fa il suo mestiere. Non possiamo pretendere che ci benedica e ci inviti a inchiappettarci l’un l’altro. Io poi ho passato la vita a prendere in giro i preti e a travestirmi da suora, nel ’67 a Milano arrivò la polizia a interrompere il mio “Santa Rita da Cascia”, una monaca, suor Beniamina, l’ho pure fatta morire (mi rimproverò per essere entrato nel giardino delle rose, io chiusi gli occhi e incrociai le dita: spirò dopo una settimana); però sono di formazione gesuitica, ho conosciuto don Milani, riconosco che i sacerdoti sono portatori di una cultura millenaria, sanno coltivare il potere e le idee. Non a caso i nostri illuministi erano aristocratici o uomini di Chiesa, da Parini in giù». «Intendiamoci: noi ragazze non capiamo nulla di politica. Però non capisco neppure gli omosessuali che chiedono un riconoscimento ufficiale. Mi pare un atteggiamento conservatore. I Gay Pride mi mettono una tristezza infinita, come il Carnevale di Viareggio. Meglio affidarsi all’istinto, come mi hanno insegnato Balzac e Tolstoj e come mi ha ripetuto Freud: il sesso non è tra le gambe, ma nel cervello, il giudizio morale non esiste, siamo tutti buoni e cattivi, casti e perversi. Questo bisogno di tenersi per mano come finocchie contente è roba da psicanalisti. Un marito non l’ho mai voluto. Al sesso sopravvive la stima, della passione resta l’amicizia. La quotidianità è noia; io volevo un vestito e una cravatta come non li aveva nessuno, il mio primo impermeabile era rosa, il primo cappello verde tirolese. C’è stato un uomo importante nella mia vita, che si è svenato per me. Ma ho sempre difeso la mia solitudine.
 
A volte mi sveglio, avverto un richiamo antico, tasto il letto, sento che non c’è nessuno e penso: che sollievo. Avere al fianco uno che russa non significa non essere soli». «Negli Anni Trenta l’educazione sessuale avveniva in famiglia. Noi eravamo sei bambini, poveri, figli di un carabiniere e di una maestra montessoriana. Io mettevo il ditino sotto la gonna delle mie sorelle e loro toccavano me; la domenica mattina mi infilavo nel letto di papà. Ho capito fin da piccolo di essere gay. Mi garbava il fornaio. Poi sono andato al cinema, a vedere King Kong, quello vero, e scoprii che mi garbava pure il gorilla. Invidiavo le mie sorelle che avevano le bambole, io con i fucili non sapevo giocare: mi sparai in un occhio, per un anno portai una benda da pirata. Le istituzioni ecclesiastiche non riuscirono a recuperarmi, anzi. Sollevavo le gonne delle suore e quel che vedevo mi confortava nella mia omosessualità. Ammiravo i bambini ebrei che uscivano di classe durante le lezioni di religione, fin da allora sono un filosemita convinto. Da mia madre ho imparato che il legame matrimoniale non conta, che la vera moglie non è la donna che si è sposata, ma quella che si ama, che ti accompagna, che si sacrifica per te. Mamma difendeva Anita Garibaldi, non tollerava sentirla definire “l’amica” dell’eroe; era Anita la vera moglie, Menotti il vero figlio, non la contadina rimasta in Sardegna. Anni dopo, sarà la Petacci la vera moglie di Mussolini. E se questo vale per uomini e donne, a maggior ragione vale per noi». «Qualche donna l’ho amata anch’io, da ragazzo, al tempo in cui vien duro facilmente. A sette anni vidi Clara Calamai e ne rimasi incantato. Ricordo Anna Magnani dietro le quinte di “Bellissima” farsi mettere le lacrime finte dai truccatori: “Non devo piagne’ io, devo fa’ piagnere gli altri”. Aveva ragione, così come aveva ragione Diderot e torto Rousseau: la finzione conta più della sincerità. Sono stato amico di Laura Betti, ai tempi della “Dolce vita” campammo una settimana a whisky e noccioline. Con la Mondaini ho fatto una Canzonissima nel 1961, travestiti da bambini. Adoravo Greta Garbo.
 
Non ho amato la Callas: temeva il pubblico al punto che al bagno evitava il vaso dei comuni mortali e faceva pipì nei lavandini, all’amazzone. Amo mia sorella Lucia: il suo uomo sta al pianterreno, lei al primo, il figlio al quarto. L’unica famiglia felice è quella ben distanziata». «Un figlio però l’avrei voluto. Mi diedero in affido due fratellini, figli di una prostituta. Avevo un cane, il pallone, il giardino, ma loro non sapevano che farsene, volevano tornare dai preti per giocare a calciobalilla. Ho provato con l’adozione. Sono stato esaminato da una giudichessa che però mi individuò subito come pessimo soggetto. “I figli hanno bisogno di una figura femminile”. Io misi avanti mia madre e le mie sorelle, invano. Alle spalle della giudichessa c’era un calendario con l’immagine della Natività. Sorrisi: “La madre è rimasta incinta da vergine, il padre è putativo, famiglia più disastrata di quella non c’è”. La giudichessa mi cacciò in malo modo: “Lei non è atto all’infanzia”. Invece l’uomo, come il cavalluccio marino, è più portato della donna alla cura dei figli». «Verso la metà degli Anni Sessanta a Roma scioglievano l’opera maternità e infanzia. Ci sono andato, insieme con una dama benefica che aveva portato le caramelle. C’erano stanze piene di bambini che a quattro anni camminavano a stento e dicevano solo “cacca” e “cioccolato”. Una suora di quelle pietose mi disse: “Ne prenda due e scappi”. Io sognavo una bambina bionda e buona e una bruna e cattiva, come nelle fiabe, ma non feci in tempo a scegliere, in due mi saltarono al collo e mi chiamarono “mamma”. “Ottimo inizio” pensai, e feci per guadagnare l’uscita. Mi fermò un infermiere, un sindacalista, che me le fece posare: meglio figlie dello Stato che di una ragazza irrecuperabile come me».
 

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Categorie:Bologna
  1. Antonio
    5 giugno 2012 alle 22:29

    …codesto articolo è una genialata…

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