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BOLOGNA 17 MARZO: IL CONVEGNO SU ENRICO MATTEI DI EUR-EKA, UN SUCCESSO

BOLOGNA 17 MARZO: IL CONVEGNO SU ENRICO MATTEI DI EUR-EKA, UN SUCCESSO
di 
Claudio Moffa 

Se si fosse abbassata la testa, sarebbe stato un ritorno al passato, quando bastava – appena qualche anno fa – che qualcuno di estrema destra (foibe, convegno nelle Marche promosso da un gruppo di area PRC, proibito per l'”indignazione” di un esponente locale di AN) o quasi sempre di estre
ma sinistra protestasse perché le autorità di polizia e le prefetture vietassero l’iniziativa contestata, anziché opporre un saldo muro difensivo contro le proteste dei facinorosi. Invece a Bologna, come già a Reggio Emilia lo scorso anno e altrove, le minacce dei soliti, cosiddetti “antifascisti”, non hanno impedito lo svolgimento del convegno promosso dall’Associazione Eur-Eka su Enrico Mattei a 50 anni dalla sua morte, l’attentato di Bascapé del 27 ottobre 1962. 

E’ andato tutto bene: una cinquantina di persone di diversa estrazione politica a seguire i filmati e gli interventi, nessuna contestazione nemmeno tra le domande a fine relazione (anzi). Unico vero difetto – oltre all’assenza del collega e amico Nico Perrone, costretto a letto dalla febbre – il powerpoint che non ha funzionato, e a cui cerco adesso di supplire ricaricando qui in prima schermata, i documenti sul “fattore Israele” nella vicenda e nella morte di Mattei. 

“Ultima di Moffa”? come titola oggi Repubblica.it in prima schermata, a sintesi un po’ forzata del mio intervento? Ma no, i documenti e le carte su cui ho argomentato per sostenere, come ho detto esplcitamente, l’ipotesi Mossad per la morte di Mattei, e la centralità comunque del conflitto arabo-israeliano nella vicenda entusiasmante del fondatore dell’ENI, risalgono addirittura a un convegno del Master Enrico Mattei anno 2006, e sono stati pubblicati sia su Eurasia sia su un libro, Enrico Mattei, il coraggio e la Storia, presentato all’ISIAO di Roma (partecipanti tra gli altri Giulio Andreotti e l’ambasciatore Antonio Napolitano) nel dicembre 2007. 

Perché l’errore di Repubblica.it? A parte la solita maliziosità di appiopparmi il titolo di “negazionista” come se io avessi passato e passassi la mia vita professionale a occuparmi solo e sempre della Shoah, la svista è un fatto normale: perché il problema del silenzio attorno al mio libro e ai miei saggi – segnalati a suo tempo alle pagine culturali del Corriere della sera e de la Stampa, quotidiani cui peraltro avevo sia pure occasionalmente collaborato – rientra nel grande fenomeno dell’occultamento della Storia. Sic. Non perché ne ho scritto io, ovviamente, me perché quando si parla di determinati Poteri forti, che si tratti di Israele e di sionismo, o di Banche, o di certi attentati terroristici, la censura cala inesorabile, e tutti fanno finta di non vedere. E chi avendo “visto”, ne parla, diventa subito o “negazionista” o “complottista”, confuso col vero ciarpame neonazista (che è altra cosa della lettura storica del nazismo) e con il vero complottismo maniacale. Eppure carta canta, i documenti dell’archivio dell’ENI di Pomezia sono oggettivamente importanti. Eccoli qui sotto, nel Re-Post, assieme a un mio articolo sull’occultamento appunto della storia che risale all’attentato di Oslo.

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Qui di seguito riportiamo la lettera inviata ieri, domenica 18 Marzo, alla “Repubblica di Bologna”:

Richiesta di rettifica‏

 

Bologna, lì 18 Marzo 2012

  Alla c.a. attenzione Dott. Giovanni Egidio, capo redazione  Repubblica Bologna

Alla c.a. attenzione Dott.ssa  Caterina Giusberti

  

 

 OGGETTO: Esercizio del diritto di rettifica secondo l’articolo 8/47/1948 e dagli artt. 42- 43/416/1981.

 

Con riferimento all’articolo apparso sul sito della Repubblica Bologna il 17 Marzo 2012, (http://bologna.repubblica.it/cronaca/2012/03/17/news/caso_mattei_l_ultima_di_moffa_l_hanno_ucciso_gli_israeliani-31733356/) a firma di Caterina Giusberti, dal titolo: “Caso Mattei, l’ultima di Moffa. – L’hanno ucciso gli israeliani -”, teniamo a precisare, in riferimento all’affermazione della Giusberti “organizzato dall’associazione di destra Eur-eka”, che l’Associazione Eur-eka non è un’associazione “etichettabile” come di destra, non essendosi mai definita tale ed avendo sempre avuto un approccio dialogativo con tutte le realtà culturali, cittadine e non, tant’è che tra i suoi ospiti ha avuto il piacere di accogliere quali relatori, solo per citarne alcuni,  il professor Giorgio Gattei, collaboratore della Rivista comunista “Contropiano”, il filosofo Diego Fusaro, autore del libro “Ripensare Marx”,  il militante eco-pacifista Antonio Mazzeo, il regista Thomas Fazi, il fondatore dell’UCOII Hamza Piccardo, l’anarchico Joe Fallisi, il professor Piero Pieri, autore di “Les nouveaux anarchistes”, il professore Aldo Giannuli vicino ad “Essere Comunisti”, affrontando tematiche che vanno dall’attualità del pensiero di Karl Marx, all’islamofobia, all’imperialismo occidentale, all’ecologia ai problemi del mondo scolastico ed universitario, la maggior parte degli incontri essendosi svolti al centro sociale Giorgio Costa, alcuni dei quali in collaborazione con le associazioni “Civico 32” e “Faremondo”.

Di tutto questo chiediamo venga data diffusione in testa di pagina e collocato nella stessa pagina del giornale on-line che ha riportato la notizia in base a quanto stabilito dall’articolo 8 della legge sulla stampa n. 47 del 1948 e dagli artt. 42 e 43 della legge 416 del 1981 e nei termini di legge previsti dagli stessi.

 

Distinti saluti,


Associazione Eur-eka

Eur-eka Associazione, Cultura politica e socialità a Bologna

Enrico Mattei fondatore dell’ENI – Sabato 17 Marzo a Bologna‏

23 febbraio 2012 2 commenti


NOTA DI PRESENTAZIONE

Enrico Mattei nasce nel 1906 ad Acqualagna, un povero paese delle Marche, da Angela Galvani e da Antonio, brigadiere dei Carabinieri.

Inizia a lavorare giovanissimo e a vent’anni è già direttore di una conceria locale. Alla chiusura della fabbrica, Mattei contro la volontà del padre decide di trasferirsi a Milano, dove, dopo pochi anni di lavoro quale rappresentante di commercio, decide di aprire la sua prima azienda, un piccolo laboratorio di olii emulsionanti.

Nel 1936 si sposa con Greta Paulas, ballerina viennese, e inizia a frequentare gli esponenti dell’antifascismo milanese. Durante la guerra ha modo di diplomarsi come ragioniere, le sue doti organizzative più che militari lo portano a diventare uno degli esponenti di spicco della Resistenza animata dalla Democrazia Cristiana, superando la diffidenza per la sua antica adesione al fascismo.

Finita la guerra, Mattei, industriale affermato, titolare dell’Industria Chimica Lombarda Grassi e Saponi, viene nominato “commissario straordinario” dell’AGIP, l’Azienda Generale Italiana Petroli fondata da Mussolini nel 1926, divenendone di lì a poco vicepresidente.

Grazie ai consigli del suo predecessore, il “repubblichino” Carlo Zanmatti col quale aveva mantenuto i contatti, e alla scoperta del giacimento petrolifero di Caviaga, Mattei riesce a fermare la liquidazione dell’AGIP. La battaglia fra i liberali, fautori dello smantellamento e/o della privatizzazione dell’ente, e i cosiddetti “statalisti” è comunque molto accesa: rimarrà famoso il discorso con il quale, il 26 Ottobre 1949, il deputato Enrico Mattei di fronte ai colleghi della Camera si erge “contro l’arrembaggio al metano e al petrolio” da parte di privati e stranieri.

Con l’approvazione, il 21 Gennaio 1953, della legge istitutiva dell’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI) Mattei, che fin da subito ne è il presidente, inizia un’intensa attività all’estero volta ad instaurare legami con i Paesi produttori di petrolio, Unione Sovietica compresa.

In un contesto internazionale in cui le famigerate “Sette Sorelle”, le principali società petrolifere mondiali di cui cinque statunitensi, una inglese e una anglo-olandese, detenevano oltre il 90% delle riserve accertate fuori dagli Stati Uniti, Mattei riesce a stringere una lunga serie di accordi economici e commerciali sulla base della formula, da lui inventata, della divisione a metà degli utili (“fifty-fifty”), arrivando nel caso dell’Iran, nel 1957, a riconoscere il 75% sullo sfruttamento di alcuni giacimenti. Rendere i Paesi amici partecipi, inoltre, della determinazione dei volumi di produzione e dei prezzi di vendita rappresenta una vera e propria sfida lanciata alle “Sette Sorellee al governo USA che ne era il tutore politico e militare.

Il 27 Ottobre 1962, in piena “crisi dei missili sovietici a Cuba”, con il presidente Kennedy impegnato a valutare una possibile ritorsione armata, Enrico Mattei è in Sicilia, a Gagliano Castelferrato in provincia di Enna, per celebrare con la popolazione locale la scoperta di un giacimento di metano.

Alla fine della giornata, egli decolla da Catania con il suo aereo privato, un “Morane Saulnier 760” guidato dal pilota Irnerio Bertuzzi, insieme al giornalista William McHale. I tre uomini non arriveranno mai a destinazione poiché, poco prima dell’atterraggio previsto a Linate, l’aereo precipita schiantandosi in un campo nei pressi di Bascapé.

Un altro protagonista della politica euromediterranea dell’Italia del dopoguerra, Amintore Fanfani, ebbe a dire nel 1986 che forse “l’abbattimento” dell’aereo di Mattei è stato il primo gesto terroristico di una piaga che ha perseguitato per lungo tempo il nostro Paese. Certamente, quale che sia stata l’esatta dinamica dei fatti, ancora oggi discussa, “una pesante minaccia  alla stabilità economica e politica dell’Italia” – come un documento dell’intelligence USA dell’epoca descriveva il potere d’influenza esercitato da Mattei – era cessata.

Oggi che l’ENI è una società per azioni quotata in borsa, con quasi 80.000 dipendenti dei quali più di metà all’estero e operativa in 79 Paesi nei cinque continenti, ma ormai in mano privata per circa il 70% del suo capitale sociale – salva un’ulteriore ondata privatizzatrice che l’esecutivo Monti non nasconde di auspicare – vogliamo chiederci quale sia l’eredità lasciata da un uomo visionario che ha contribuito in maniera decisiva a trasformare una nazione sconfitta e ancora prevalentemente contadina in un Paese avanzato con una forte industria energetica.

”I tesori non sono i quintali di monete d’oro, ma le risorse che possono essere messe a disposizione del lavoro umano”.

Con queste parole, Enrico Mattei salutava la festante folla di Gagliano poche ore prima della sua tragica scomparsa.

 

I RELATORI

Claudio Moffa è professore ordinario presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Teramo, dove insegna “Storia e Istituzioni dei Paesi dell’Africa e dell’Asia” e “Diritto e Istituzioni dell’Africa e dell’Asia”.

Come docente, oltre alla normale attività didattica presso l’Università di Teramo, ha svolto corsi di specializzazione presso Istituti vari – fra cui la SIOI di Roma – e fondato e diretto il Master “Enrico Mattei” in Vicino e Medio Oriente.

Ha inoltre scritto numerosi saggi su riviste specialistiche internazionali e italiane quali Politique AfricaineLe monde diplomatiqueLimesStudi PiacentiniPolitica InternazionaleAfricaAfricana,Estudia AfricanaRivista di Storia contemporaneaGianoMarxismo oggiIl Calendario del Popoloed EurasiaQuaderni internazionali (1987-1990) e La lente di Marx (1994-1997) sono invece le due riviste da lui stesso fondate e dirette.

E’ studioso di Enrico Mattei, sulla cui vicenda ha condotto ricerche preso l’Archivio ENI di Pomezia trovandovi importanti documenti che costringono a rivedere la storia e la fine del Presidente dell’ENI, e organizzato due convegni, “Enrico Mattei, il coraggio e la Storia” nel 2006 e “La straordinaria vicenda Mattei fra oblio e occultamento” nel 2008.

 

Nico Perrone è un saggista, storico, giornalista e docente universitario italiano. È autore di libri e saggi più brevi, apparsi in Italia, Danimarca e Stati Uniti d’America. Ha pubblicato inoltre un migliaio di editoriali e articoli su quotidiani e settimanali.

E’ professore di “Storia dell’America” e “Storia Contemporanea” presso l’Università di Bari (dal 1977).

Nel 1961 viene assunto all’ENI per studiare le normative straniere del lavoro. Il presidente, Enrico Mattei, lo designa quindi quale esperto nel gabinetto del Ministro per la Riforma della Pubblica Amministrazione Giuseppe Medici e membro di commissioni interministeriali di studio (1962-63).

Collaboratore della RAI dal 1982 al 2006, per RadioRai2 ha tenuto venti trasmissioni del programma Alle 8 della sera (24 aprile – 19 maggio 2006), dedicate a “Enrico Mattei stratega del petrolio” (link: http://www.radio.rai.it/radio2/alleotto/mattei/).

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Alcune indicazioni per raggiungere la sala:

1)Per chi viene in automobile, si può parcheggiare in:

● in Via Codivilla, a 1 minuto dalla sala, nelle strisce e blu, a tariffa 1,00 euro/ora, con pagamento presso i parcometri presenti nella strada.

● al Parcheggio Ex-Staveco, in Viale Panzacchi 10, a 5 minuti dalla sala, a tariffa di 2 euro/ora.

2)Per chi viene dalla stazione centrale dei treni:

si può prendere indifferentemente, a pochi metri dalla stazione, : il bus numero 33 (circolare esterna sinistra), o il bus numero 32 (circolare esterna destra), e scendere, in entrambi i casi, alla fermata “Porta San Mamolo”.

Prendere poi via San Mamolo fino alla sala al numero civico, 24 (5 minuti).

(Piantina delle linee degli autobus di Bologna)

Prendere poi via San Mamolo fino alla sala al numero civico, 24 (5 minuti).

 

Alma Mater Pecororum

L’Università di Bologna dovrebbe essere senz’altro uno dei gioielli e simboli della città per via della sua illustre storia, essendo la più antica università d’Europa e  per il grandissimo numero di studenti illustri che l’hanno frequentata in tutti questi secoli e che con il loro contributo hanno universalmente arricchito il sapere in moltissime branche degli studi umani, dalla giurisprudenza alla medicina, dall’astronomia alla mineralogia. Ne sono testimonianza, tra l’altro,  i numerosi ed importanti musei universitari che, sparsi per la città, raccolgono i frutti di tanti secoli di fatiche di studenti e professori, italiani e stranieri, ne è testimonianza l’Archiginnasio e la torre della Specola.

Sicuramente dal 1088, anno della sua fondazione, ad oggi,  la storia della  nostra università non è stata sempre caratterizzata da un costante  miglioramento qualitativo, ma avrà avuto senza dubbio  dei periodi alti e  bassi, anni in cui l’università  marciava a pieno ritmo, in cui la qualità del corpo docente e degli studenti era elevata, le strutture universitarie moderne ed adeguate, il rapporto con la città positivo, la sudditanza ideologica alla Chiesa cattolica assente e forte e potente il libero pensiero,  altri anni in cui la qualità degli studi diminuiva, le strutture si facevano decadenti, il rapporto con la città difficile, l’indipendenza degli studi diminuiva fino a ridursi a semplice cassa di risonanza delle bolle papali con il corpo docente fossilizzato nelle sue vetuste credenze per opportunismo ed inerzia. Continua a leggere

Looking for Europe

Venticinque anni fa nasceva in Inghilterra la scena delle musiche apocalittiche. Protagonisti indiscussi di questa controcultura radicale furono Throbbing Gristle, Psichic TV, Coil, Current 93, Death in June e Sol Invictus, esponenti dell’industrial e del folk apocalittico. Apparentemente distanti nell’estetica musicale, questi generi di culto appartengono però a quel “cuore oscuro” della vecchia Inghilterra, destinati a rappresentare un progetto di opposizione totale al degrado della società dello spettacolo contemporanea nichilista e sempre più vuota.

Tra sperimentazioni avanguardiste e suoni ancestrali, ricerche esoteriche e indagini sociologiche, ribellioni esistenziali e tensioni patriottiche, ambigue provocazioni e pose autoironiche, nasce quell’atteggiamento che Antonello Cresti nel suo Lucifer Over London definisce”mitomodernismo” per descrivere il senso di rivolta di una generazione che ha saputo coniugare il mezzo futurista allo scopo tradizionale.

Quali potrebbero essere, alla luce del XXI secolo e delle nuove tecnologie di comunicazione, le “culture dissidenti” capaci di esprimere un’Europa alternativa all’attuale organismo spoliticizzato che ha sede a Bruxelles?

Ne parliamo con Antonello Cresti e Nico Solìto (Lia Fail).

Dopo la discussione, concerto con due gruppi bolognesi interpreti delle musiche apocalittiche:

Lia Fail (neo-folk – Bologna) e Il Serpe del Mondo (tribal-folk-ambient – Bologna)

Alla corte di Re Obama

Chi l’ha detto che il feudalesimo si è estinto nel XII secolo? Lo scorso 26 maggio a Deauville, attorno alla Tavola Rotonda del Re del Mondo Barack Obama, abbiamo assistito ad una manifestazione dei rapporti di servaggio propri del feudalesimo.

Infatti nonostante la verniciatura democratica, risulta fin troppo lampante la somiglianza, seppur in forma più moderna e paradossalmente estremizzata, tra il feudalesimo medioevale europeo e l’attuale ordine politico internazionale a trazione USA/NATO.

I protagonisti di questa brillante dimostrazione sono stati, da un lato il Re del Mondo Barack Obama, dall’altro il Vassallo del Feudo Italia Silvio Berlusconi.

Per chi non lo ricordasse dalle scuole medie, ricordiamo che gli elementi del sistema feudale vassallatico-beneficiario erano, e oggi sostanzialmente restano, tre:

  • Elemento reale: cioè un beneficio , di solito un terreno dato in concessione dal signore al vassallo.In questo rapporto il terreno in questione è il Feudo Italia, dato in concessione dal Re Barack Obama al Vassallo Berlusconi.
  • Elemento personale: si tratta di una cerimonia, detta dell’omaggio, durante la quale il vassallo si dichiara homo dell’altro, ricevendo la protezione militare del signore in cambio di servizio e fedeltà.In questo caso, il rito dell’omaggio è stato celebrato dal Vassallo Berlusconi, che si avvicina mesto e pensieroso al proprio Re seduto sul trono, e in piedi chiede novità sulla sua salute.
  • Elemento giuridico: nel sistema vassallatico-beneficiario medioevale consisteva nell’acquisto dell’immunità giudiziaria da parte del vassallo, e della concessione del diritto di giurisdizione sul proprio feudo. Nel sistema vassallatico-beneficiario moderno, abbiamo assistito alla richiesta informale del Vassallo Berlusconi che con le mani congiunte chiede al Re Obama di rimettere le cose in ordine: immunità per lui, e la concessione del diritto di amministrare la giustizia nel Feudo Italia. La formula informale è stata: “Noi abbiamo presentato la riforma della giustizia e per noi è fondamentale, perché in questo momento abbiamo quasi una dittatura dei giudici di sinistra“.

Come si vede, nonostante siano passati dei secoli, i rapporti di potere tra dominanti e dominati resta praticamente lo stesso.

Esistono differenze sulla legittimazione dei vassalli, con le moderne forme finto-democratiche, per scegliere un vassallo di destra o di sinistra, più simpatico o più onesto. Ma alla fine, il vassallo risponde sempre al proprio Re, che in questa congiuntura storica risiede a Washington.

Un’ulteriore differenza è la situazione sociale dei Servi della Gleba, che nel Medioevo non avevano la possibilità di rivolgersi direttamente al proprio Re.

Oggi invece, grazie ad Internet, più di 9.ooo Servi della Gleba del Feudo Italia hanno espresso democraticamente il proprio rammarico sulla bacheca facebook del Re Obama, così:

I’m sorry Mr. President, I’m Italian. Mr Berlusconi is not speaking in my name!

In barba all’art 1 co 2 della Costituzione (“la sovranità appartiene al popolo..”) l’Italia, lungi dall’essere sovrana sul proprio territorio è politicamente e mentalmente suddita. E nonostante le opposizioni interne anti-berlusconiane tutti i sudditi,  dal Vassallo Berlusconi fino all’ultimo Servo della Gleba attrezzato di una connessione Internet, si mettono ordinatamente in coda a rendere omaggi e a chiedere protezione al Re del Mondo Obama, che lo ricordiamo è al contempo Premio Nobel per la Pace e bombardiere sui cieli di Libia da più di due mesi.

Almeno agli occhi del Re Obama, il Vassallo Berlusconi si è dimostrato un suddito in grado mobilitare i suoi sudditi italiani, inchinandosi per primo e subito seguito da altri 9.000 Servi della Gleba.

Se fosse vivo ancora vivo, Ennio Flaiano direbbe: “In Italia i berlusconiani si dividono in due categorie: i berlusconiani e gli antiberlusconiani”.

21 aprile: Bologna Liberata Bologna Occupata

Lo scorso 21 aprile a Bologna, si festeggiava il 66esimo anniversario della liberazione di Bologna dall’occupazione nazifascista. Due in particolare sono stati gli eventi cittadini per la celebrazione.

Il primo, quello ufficiale, si è svolto in Piazza del Nettuno alle 10 del mattino con la presenza di numerosi bersaglieri e reduci partigiani, oltre che del subcommissario Michele Formiglio e di Lino William Michelini dell’Anpi. Tra i candidati politici alle prossime elezioni comunali, presenti i soli Maurizio Cevenini e il candidato sindaco della Lega Nord Manes Bernardini.

La seconda cerimonia, di carattere ufficioso, è stata realizzata in Piazza Ravegnana sotto le Due Torri, per commemorare la collaborazione fra partigiani e forze alleate nella lotta ai nazifascisti, con il libro “Il Bracciale di Sterline”. Presenti sia gli autori del libro, Matteo Incerti e Valentina Ruozi, sia uno dei protagonisti di quella guerra, il soldato ispano-americano Roque Rioja detto Private Rocky.

Le riflessioni che qui ci preme fare sono volte a considerare come le due organizzazioni hanno voluto confezionare i rispettivi eventi. Se infatti gli organizzatori della cerimonia ufficiale hanno scelto per questioni di etichetta istituzionale di issare la bandiera italiana, quella europea e quelle delle rispettive brigate partigiane, gli autori del libro hanno preferito festeggiare la Liberazione di Bologna per merito di eroi provenienti “dalla Scozia all’Italia, dall’Australia agli Stati Uniti”, con la sola presenza di numerose jeep statunitensi, militari statunitensi e tante appariscenti bandiere statunitensi (più una defilata e poco visibile bandiera inglese). Di bandiere italiane nemmeno l’ombra. Né tanto meno si è registrata la presenza di reduci partigiani della Resistenza o rappresentanti dell’Anpi.

Leggiamo sul Fatto Quotidiano che la scenografia è stata curata da un “gruppo di appassionati bolognesi di rievocazioni storiche”, che “arriverà in centro con sei jeep americane d’epoca ed in divisa rigorosamente originale dell’esercito a stelle e strisce”.

Fa specie notare che quando i cittadini si auto-organizzano per celebrare la liberazione della propria città e della propria patria, si liberano molto agevolmente delle etichette istituzionali e fanno volentieri a meno di insegne cittadine, bandiere italiane e rappresentanti dell’Anpi. A meno che l’iniziativa non avesse un carattere puramente promozionale – proprio di 21 aprile.

Eppure fra gli obiettivi dichiarati dai due autori del libro, c’è proprio quello di festeggiare gli eroi che lottarono per la libertà. Lo ripete anche Private Rocky, che in un commento rivela il suo realismo a corrente alternata: “Noi combattevamo per la libertà, oggi ha ragione chi dice che si combatte soprattutto per il petrolio, purtroppo.”

Capiamo le ragioni sentimentali di chi in quella guerra era in prima linea, ma è da ingenui credere che la partecipazione statunitense alla seconda guerra mondiale fu combattuta in nome di una non meglio definita libertà. Fra le costanti della storia infatti, c’è quella che le guerre si combattono in territorio straniero per difendere alleanze che rispondono più ad interessi geopolitici, che ad astratti ideali o a ragioni umanitarie.

Le basi militari USA/NATO sono a lì a dimostrarlo. Più di 100 solo in Italia, nella nostra Italia liberata dai nazifascisti, e subito ri-occupata dagli statunitensi. Quasi 1000 in tutto il mondo.

Tutti liberi dunque: gli autori del libro di festeggiare la liberazione di Bologna insieme con i nostri nuovi occupanti statunitensi. E gli americani di costruire basi militari in tutto il globo terracqueo.

Diciamolo in inglese che fa pendant con la scenografia star&stripes di Piazza Ravegnana: long live freedom!

Standing Army

L’elezione di Barack Obama è stata accolta in tutto il mondo come l’inizio di una stagione politica radicalmente diversa da quella di Bush. Una stagione orientata alla pace ed al dialogo. E gli appassionati discorsi del neopresidente americano sembravano giustificare questa speranza. Ma nell’ambito della politica estera, l’amministrazione Obama differisce ben poco da quelle precedenti.

Al di là dei titoli della stampa internazionale – e del Nobel per la pace assegnato a mandato appena intrapreso – si scopre una realtà molto lontana da quella ufficiale, con bilanci militari che superano persino gli ultimi stanziamenti dell’era Bush.

Dove vanno a finire tutti questi soldi?

In gran parte servono a finanziare l’immensa rete di basi militari statunitensi all’estero: a più di vent’anni dalla caduta del muro di Berlino, ne restano circa un migliaio (la contabilità in merito è molto controversa) ed il loro numero continua a crescere, sparse in oltre quaranta Paesi nel mondo.

Come si spiega, quindi, questa aggressiva politica espansionistica alla luce della crisi economica e della retorica pacifista di Obama? Chi tira le fila della politica estera USA?

Su questi temi riflettono gli autori del documentario e del volume di approfondimento “Standing Army”. Un’inchiesta che unisce alle parole di esperti – quali Noam Chomsky, Gore Vidal, Chalmers Johnson, Edward Luttwak – le testimonianze di chi è toccato in prima persona dalla presenza delle basi: gli abitanti di Vicenza, che si oppongono ad una nuova struttura militare a pochi passi dal centro cittadino; la popolazione dell’isola giapponese di Okinawa, che condivide il suo piccolo lembo di terra con 25.000 soldati statunitensi; gli indigeni dell’isola di Diego Garcia (Oceano Indiano), cacciati per far spazio ad una gigantesca base aeronavale; e lo stesso personale militare americano, impegnato in teatri di guerra in Asia (Iraq ed Afghanistan) ed Africa (Libia) con retroterra logistici operativi anche in Italia.

Un incontro all’insegna del realismo

Lo scorso Febbraio abbiamo organizzato il dibattito dal titolo “La sfida totale del XXI secolo. Geopolitica per capire il grande gioco delle potenze mondiali”, con Daniele Scalea e Giorgio Gattei come relatori.  Su You Tube potete trovare la registrazione completa di quella serata.

L’intervento di Scalea è stato ricco di informazioni sulla teoria geopolitica inglese e statunitense e sullo scenario delle relazioni internazionali odierne. Un intervento che aiuta a  prendere dimestichezza con l’approccio geopolitico anglosassone, che sembra avere  ancora il suo peso nel determinare le direttrici strategiche che stanno alla base della politica estera imperiale della potenza americana,  erede di quella  dell’impero inglese e della sua dottrina geopolitica, così come formulata da Halford Mackinder agli inizi del ‘900.  (…)

L’ articolo completo  è qui: Un incontro all’insegna del realismo

Sviluppo e sovranità

Riportiamo qui di seguito uno stralcio dell’articolo “Sviluppo e sovranità”, che potete trovare per intero qui: Sviluppo e sovranita’

“Nei primissimi anni del 1960 dunque, furono sferrati quattro colpi micidiali alle possibilità dell’Italia di intraprendere un percorso di sviluppo tecnico – scientifico ed industriale di primissimo livello; una “mazzata” – che ha colpito quelle aziende che avevano raggiunto una grande dimensione, una forte integrazione  e una solidità tale da permetterle di investire nella ricerca e che operavano nei settori di punta e ad alta tecnologia – che ha impedito all’Italia di partecipare a pieno titolo alla sfida della terza rivoluzione industriale. In quei settori, nel nostro paese,  sarebbero rimaste per lo più solo piccole e medie aziende incapaci di portare avanti grandi progetti di ricerca e sviluppo e quindi innocue per i competitori americani. Le uniche grandi aziende, in Italia, continueranno ad essere quelle della passata rivoluzione industriale, guidate dalla FIAT.

Non sorprende quindi che la terza rivoluzione industriale si sia sviluppata e radicata profondamente  solo negli Stati Uniti, mentre in Italia  e in quasi tutti gli altri paesi del campo capitalistico vi abbia avuto una presa solo marginale o comunque a rimorchio degli USA. In particolare la TIC, quella tecnologia dell’informazione e della comunicazione che aveva visto i suoi albori in Italia con la Olivetti negli anni ‘50, diventerà il motore economico trainante negli anni successivi per gli Stati Uniti, con la fondazione delle grandi aziende come Microsoft, Apple, Dell, solo per citarne alcune. In seguito gli USA saranno alla testa della rivoluzione di Internet nata, ovviamente, come rete operante in ambito strettamente militare; quel settore di ricerca “sensibile” in cui vi era il quasi totale monopolio d’azione americano. Così si può dire dello spazio e dei lanci spaziali, dei radar, dei laser, dei satelliti artificiali e degli altri settori della terza  rivoluzione industriale.

Ovviamente il nostro rammarico non è che questi progressi scientifici – tecnici siano alla fine avvenuti, anzi – la scoperta dello spazio e gli shuttle, i computer e i software, i satelliti, Internet, i reattori nucleari di nuova generazione, i telefoni cellulari, la mappatura del DNA, etc. hanno entusiasmato anche noi –  ma il rammarico è che l’Italia vi abbia potuto contribuire marginalmente solo agli albori, e poi, per le ragioni che abbiamo visto, poco o nulla, venendo esclusa dal gioco, potendo continuare a fare le automobili ma per il resto  potendo fare solo da spettatrice. Mentre invece avevamo tutte le carte in regola per dire la nostra; e chissà cosa ne sarebbe saltato fuori, nella terra che aveva  dato i natali a Galileo Galilei e ad Alea 9003.”
La fine di Mattei

Serva Italia

A coloro che, fin dall’inizio, avevano invece capito dove i
costruttori di pace volevano andare a parare, è dedicata
l’intervista del giornalista RAI Amedeo Ricucci, il quale spiega che
la disseminazione scientifica di balle spaziali è stata funzionale a
spingere l’opinione pubblica ad appoggiare e perfino invocare una
guerra che produrrà sul serio (e sta già producendo) le migliaia di
morti che la rivolta non aveva provocato.

Al di là del giudizio che si può dare sui quarant’anni della direzione politica di Gheddafi, oggi Gheddafi si comporta come un grande patriota arabo e come un patriota libico. Si comporta come ʿAbd el-Krīm, si comporta come Nasser e come Omar al-Mukhtar. Per tanto è doverso essere totalmente al fianco del popolo libico aggredito e della direzione politica di Gheddafi.
No alla violazione  della Costituzione italiana e dell’Italia in guerra!
No alle dichiarazioni di Napolitano, Bersani, Casini e La Russa!
No alle ipocrite dichiarazioni alla Vendola di equidistanza fra Gheddafi e i bombardamenti colonialisti e imperialisti!

Costanzo Preve – 21/03/2011